24 aprile 2015

Indian Wells - Pause

Uno spettro si aggira per il web, e questo spettro si chiama Indian Wells. Il suo nuovo disco, uscito un mese fa per l'etichetta Bad Panda Records, non è di certo passato inosservato: recensito ed incensato da molti, si prepara a diventare uno dei migliori dischi del 2015.

Di fronte a tale entusiasmo viene da chiedersi dove si trovassero gli addetti ai lavori quando il misterioso producer italiano dava alle stampe il suo primo corposo lavoro, quel Night Drops che frullando glitch, downtempo e folktronica sembrava direttamente uscito dalla cameretta di Four Tet.

Polemiche a parte, Pause si rivela un disco eccellente. Appiccicoso come la peggiore colla vinilica, barcollante nel suo lento incedere tra melodia e rumore, riesce a regalare atmosfere sognanti che richiamano paesaggi urbani immobili e deserti, di un cielo color magenta.

Si parte con Lipsia, suite elettronica adagiata su cassa e voci corali. È l'inizio di un viaggio dai ritmi compassati e contemplativi, che non disdegna però passaggi ballabili. Alcantara, giocando su caldi loop ipnotici ci traghetta verso Mountain, ambient dance che ricorda i Mount Kimbie di Carbonated. Changes, pur essendo probabilmente il pezzo più movimentato del disco, nasconde tra le pieghe di una ritmica quasi-techno un lirismo romanticheggiante.
Giunti a metà del disco si ha l'impressione di essere immersi in un flusso sonoro vario e stratificato, tuttavia incredibilmente compatto nella sua coerenza poetica.
Ed ecco allora l'intermezzo di Pause/Vignelli, immaginario intervallo che ci introduce verso l'ultima parte: mettetevi comodi, c'è ancora dell'altro. Un'eterea melodia si apre alla voce di Matilde Davoli, in quella Games in the Yard che suona un po' triste e nostalgica (i Washed Out di Far Away non sono poi così lontani). Il viaggio sta finendo, ed anche se non si sa bene se sia colpa della notte che si fa strada o della luce che squarcia il cielo nero, ci lasciamo cullare dalla tastiera celestiale di New York Nights, con gli occhi socchiusi ed un sorriso ebete stampato in viso.

La produzione levigata ma non eccessivamente patinata, così come i ritmi decisamente più dance e ballabili, differenziano quest'ultimo lavoro dal primo misconosciuto disco. Nonostante ciò sembra permanere una dimensione melodica e ritmica che allontana dal dancefloor, in favore di un ascolto intimo e consapevole.
Fatto tesoro della lezione di Burial e di Shlohmo – giusto per citare due nomi – il producer italiano ci regala un disco citazionista ed originale allo stesso tempo. Un disco che trasuda calore ed umanità, ricordandoci che anche le macchine possono avere un cuore.

A discapito dello spettro di marxiana memoria, speriamo che Indian Wells continui ad aggirarsi ancora per un bel pò. Perché si sa, gli spettri hanno vita lunga.


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